Knight of Cups: la recensione

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Vista da lontano, Los Angeles appare come una città soleggiata, viva, dinamica, che emana vibrazioni positive. È la città del cinema per antonomasia, un luogo in cui ogni cosa brilla di luce propria, attori e attrici sono esseri divini e i sogni si realizzano con uno schiocco di dita. È però avvicinando lo sguardo alla lente, scrollando la superficie come faremmo con una coperta piena di polvere, che fuoriescono – dalle pieghe – i contrasti più marcati, i paradossi più dolorosi, il vuoto più assoluto. Terrence Malick realizza probabilmente il suo film più sconnesso, sperimentale (a tratti portandolo al confine con la videoarte), anarchico, continuando un cammino universale iniziato con The Tree of Life e continuato con To The Wonder. Il regista texano, tutt’uno con un Emmanuel Lubezki danzante con la macchina da presa, mette a nudo il silenzioso protagonista del film trasformandolo in Cavaliere di Coppe, una carta dei tarocchi assolutamente ambigua a seconda del verso in cui la si legge. Positiva e progressista al dritto, oscura e fitta di pericoli al rovescio, inoltre legata a doppio filo ad un elemento fondamentale della vita e del film: l’acqua. Un personaggio perduto, svuotato di ogni emozione che colleziona donne e festini come fossero dipinti, eppure con la costante sensazione di non possedere niente per davvero. Un uomo che non riesce più a dare valore alle cose che lo circondano, talmente staccato dalla realtà da non vedere la sofferenza per le strade, negli ospedali, incapace di amare e farsi amare da una moglie, un padre, un fratello.

Una pura incarnazione dell’essere umano contemporaneo, incastrato nel traffico metropolitano e abbagliato dai falsi miti, non a caso una delle donne del protagonista – spogliarellista e di facili costumi – porta la scritta Faith (Fede) tatuata sulla schiena. Un tema ricorrente sino all’estremo nell’ultima parte della filmografia malikiana, termini, modi e linguaggio di Knight of Cups sono persino identici ai due lavori precedenti. È forse l’unica nota negativa che si può imputare ad un’opera d’arte di tali dimensioni – del tutto inclassificabile, il voto di questa recensione è puramente simbolico: la ripetitività, la ridondanza del racconto, visivamente troppo simile al recente passato. Abbiamo usato la parola ‘forse’, perché la sensazione di già visto è probabilmente un’illusione, non è detto che esistano opere diverse, fa tutto parte di un grande, gigantesco piano. Pura filosofia tradotta in immagini, nel loro scorrere frenetico vi è infatti insita la devastazione interiore del personaggio che neppure riesce a parlare (il numero delle battute in copione di Christian Bale, etereo e glaciale, è zero…). Nella granulosità e la sporcizia di alcune scene, opposte alla perfezione e alla pulizia di The Tree of Life e To The Wonder, vi è il simbolo più marcato del virus invisibile della superficialità ormai padrone delle nostre vite. Una scelta coraggiosa eppure estremamente funzionale, che aggiunge al film – come se non ve ne fossero abbastanza – un ennesimo strato di significato, accanto a un montaggio sonoro chirurgico che allontana voci e rumori, in favore del pensiero.

Ovviamente sempre presente è la potenza maestosa della natura che, insieme all’arte (mezzo tramite il quale affermare la verità), fa da collante estremo fra l’uomo corrotto e l’essere umano essenziale, puro. A stupire, ancora una volta come se non si fosse mai abbastanza abituati, è l’effetto ‘esperienza’ che ogni opera malickiana regala allo spettatore. È un tipo di cinema che si stacca dallo schermo e crolla pesantemente sulle spalle di chi guarda, proiettando il pubblico più sensibile all’interno di una bolla priva d’aria, in apnea. All’interno della bolla, si prende coscienza delle proprie esperienze passate, delle ambizioni future, ci si identifica e si scappa, mentre gli occhi si inumidiscono. Un viaggio privato e intimo impossibile da raccontare agli altri, segno estremo di un modo di interpretare la settima arte che supera le barriere del tempo, dello spazio e vive nelle vene, nei ricordi, nello stomaco. Ad arricchire l’aspetto emotivo una Cate Blanchett e una Natalie Portman che camminano qualche metro sopra al terreno, tratteggiate sullo schermo con una naturalezza e bellezza da rimanere a bocca semi aperta (la combinazione Portman-Lubezki è un vero affronto alle coronarie).

Nonostante qualche sparuta protesta fra i giornalisti della Berlinale 2015, Terrence Malick afferma con forza la sua enorme onnipotenza, ricordando al mondo che artisti del suo livello non hanno bisogno di seguire regole, le creano. Ciò che pensa, che filma, che mostra è ancora una volta l’essenza del nostro vivere, ciò che stiamo perdendo o che stiamo subendo. È lo sguardo di un Dio benevolo che prova a indicare la retta via agli esseri che ha creato, liberi ma distratti dal male di vivere e dell’inutile frenesia del fare, che alla fin della fiera ci lascia sempre insoddisfatti, come se nulla avessimo fatto. Ancora una volta, la grandezza di un volto tagliato a metà dall’inquadratura è materia per pochi, instancabili credenti.

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